Sara's profileAllah is up to allPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    July 29

    an-Nisa, le Donne: una lettura coranica

    Durante la crisi economica che afflisse l'Egitto, col netto accrescimento del tasso di disoccupazione che l'accompagnò, gli autori conservatori musulmani sollevarono la questione femminile.
    La rivoluzione del 1952 aveva assicurato alle donne l'accesso all'istruzione ed al mercato del lavoro, ma la successiva politica economica e di sviluppo era fallita. Invece di chiamare le cose col loro nome, cioè gli errori commessi nella politica economica, la colpa della disoccupazione fu data alle donne, perchè avevano sottratto posti di lavoro agli uomini. Come soluzione, proposero che le donne ritornassero a casa. All'inizio degli anni Settanta si affacciò l'idea di mandare in pensione anticipata le donne, in modo da creare posti di lavoro per gli uomini disoccupati.
    A un problema di natura politico-economica, gli intellettuali musulmani diedero una soluzione palesemente politica, giustificandola con argomentazioni religiose. Fu in quell'occasione che cominciai a rendermi conto che si stava giocando con carte truccate. Visto che gli studiosi conservatori, adducendo passi del Corano, volevano nuovamente relegare le donne al focolare domestico, cominciai a studiare il Corano con riferimento alla questione femminile.
    Il problema non è l'Islam.

    Una delle preoccupazioni fondamentali del Corano è la liberazione della donna; proprio le sure meccane sono dei manifesti in favore della parità di diritti.
    Ad esempio nella sura 39, "La sura delle schiere", al versetto 6, e in altri passi ancora:

    Ei v'ha creato da una persona sola, poi ne trasse il suo coniuge

    Il termine "suo coniuge" (zawjaha) non si riferisce ad un genere specifico, e nel Corano non si trova alcun riferimento al fatto che la donna sia stata creata dall'uomo, come è scritto invece nella Bibbia. Gli interpreti musulmani si sono successivamente serviti dell'Antico Testamento ed hanno dato un'interpretazione di tenore biblico, ma nel Corano si cercherà invano l'idea che la donna sia stata creata dalla costola dell'uomo.
    Nella storia coranica della creazione i due sessi sono posti sullo stesso piano. La divisione dell'anima in una coppia non genera la superiorità di una parte sull'altra. E' vero che nel Corano viene spesso citato il nome di Adamo, mentre non compare mai quello di Eva, ma qui Adamo non sta per l'uomo maschio e neppure per un determinato essere umano, ma rappresenta tutto il genere umano.
    Il Corano non opera alcuna distinzione né quando si tratta dell'agire religioso di uomo e donna, né quando si tratta della loro punizione o premiazione nell'aldilà.

    Se invece analizziamo il Corano dal punto di vista linguistico, punto di vista spesso trascurato da coloro che non trattandolo come testo non lo considerano oggetto delle regole e dei metodi dell'analisi testuale, rinveniamo elementi ancora più notevoli.
    Il Corano fa parte dei più antichi testi arabi, nei quali ci si rivolge esplicitamente a uomini e donne, senza distinzioni. Nella poesia araba antica, invece, il destinatario è esclusivamente maschile. Poeti preislamici, come 'Antara o Imru' al-Qais, parlano esclusivamente delle donne, sia come oggetto dei loro piaceri sia come oggetto di immagini linguistiche. Soltanto nei versi dei cosiddetti poeti sa'aliq, che girovagavano tra le tribù - dopo essere stati espulsi dalla tribù d'origine - e che non facevano parte dei poeti "ufficiali", troviamo che la donna occasionalmente viene direttamente interpellata. Troviamo per esempio che il poeta, rivolgendosi alla propria donna, si scusa per essere giunto in ritardo. Mentre nel discorso dominante la donna è semplicemente oggetto, presso i poeti sa'aliq diventa soggetto e destinataria del discorso.
    Il Corano amplia questo concetto. Esso parla di "uomini e donne penitenti", di "uomini e donne che ritornano", di "uomini e donne che si rivolgono a Dio". Questo è inusuale, perchè secondo le regole della grammatica araba l'occorrenza del genere maschile implica anche il femminile. La stessa cosa avviene nel francese: un gruppo di novantanove donne e di un solo uomo, dal punto di vista linguistico, risulta essere un gruppo di uomini. Il Corano, citando esplicitamente le donne e discostandosi dalle usanze linguistiche, vuole esprimere un determinato significato: sottolinea che si sta rivolgendo alle donne nello stesso modo in cui si rivolge agli uomini.

    Nelle sure più tarde del Corano, non sempre uomini e donne sono posti sullo stesso piano, in particolare nei versetti di rilevanza giuridica. Ma questi versetti non possono essere compresi al di fuori del loro contesto storico.
    Prendiamo per esempio la spesso citata questione del diritto ereditario. Il Corano prescrive che un fratello riceva il doppio di quanto riceve la sorella. Potremmo vedere in questo un'ingiustizia, ma lo possiamo anche considerare un progresso in una società nella quale la donna non aveva alcun diritto all'eredità. Per gli stessi seguaci di Muhammad fu difficile accettare questo cambiamento.
    "Perchè dobbiamo dare qualcosa a chi non porta la spada, non cavalca e non attacca il nemico?" - gli fu chiesto, secondo la tradizione. Il senso era: come possiamo dare qualcosa a qualcuno che non partecipa alla produzione? La produzione si basava soprattutto sui frutti delle guerre fra le diverse tribù; guerre combattute per la conquista di pascoli, acqua, foraggio, e naturalmente per il commercio e le carovane. Il guerriero era dunque un fattore essenziale della produzione, perchè difendeva la comunità. Se si vuole dare una spiegazione sociologica, il diritto all'eredità gli spettava in quanto produttore. E tuttavia, nonostante l'opposizione iniziale dei suoi seguaci, l'Islam garantiva la parte di eredità spettante alle donne.
    Questo significa che, nel suo particolare contesto storico, l'Islam era sensibile all'equiparazione tra uomini e donne. E' possibile prendere i versetti alla lettera e deplorare il fatto che alla donna spettasse soltanto la metà della parte di eredità che spettava all'uomo. Ma si può anche vedere, al contrario, una tendenza in atto nel Corano verso l'equiparazione, anche se le circostanze culturali e sociali di allora non ne consentivano la piena realizzazione.
    Oggi le circostanze sono diverse. Si può tentare di capire qual è lo spirito del testo. Esso è qualcosa di un po' diverso dalla sua forma esteriore; qualcosa che nell'esegesi tradizionale è stato identificato con "le intenzioni complessive della Rivelazione".
    Leggiamo:

    Gli uomini sono preposti alle donne,
    perchè Iddio ha preferito alcuni esseri sugli altri,
    e perchè essi donano dei loro beni per mantenerle.
    (IV:34)

    Questo versetto ha creato fino a oggi non poche difficoltà agli interpreti; esso viene citato soprattutto da coloro che vogliono criticare l'Islam, i quali talvolta del Corano conoscono solo quella frase o poco più.
    Cosa vuol dire esattamente "preferire" (faddala)? Il testo qui non è chiaro; dal punto di vista linguistico, non è nemmeno chiaro chi venga preferito a chi. Sembra che a essere preferiti siano stati gli uomini. Ciò vuol dire che il Corano preferisce gli uomini alle donne?
    Questa espressione compare nel Corano non solo in questo punto. Troviamo per esempio:

    E Dio ha preferito alcuni di voi sugli altri in ricchezze
    (XVI:71)

    Se volessimo interpretare questo versetto alla lettera come l'affermazione della preferenza per i ricchi rispetto ai poveri, avremmo capovolto la saggezza divina. Dal contesto del versetto si può ricavare che esso sta descrivendo una condizione esistente, e non giustificando un'ingiustizia o una disuguaglianza. Il versetto continua:

    Eppure quelli che sono stati preferiti non cedono delle ricchezze loro ai loro servi,
    per modo che siano in questo uguali.

    Il Corano si esprime contro la concentrazione della ricchezza, partendo proprio dalla stessa espressione che utilizza riferendosi al rapporto tra uomini e donne. Devo allora indagare questa espressione in tutte le sue occorrenze e capire come il Corano si esprima a proposito della ricchezza e della giusta distribuzione, per poter quindi rivolgere nuovamente la mia attenzione all'espressione "preferire", nel versetto citato sul rapporto tra uomo e donna.
    Prendendo in esame tutti i passi dove compare questa espressione, si ricava che essa contiene un'affermazione sulla percezione da parte degli esseri umani e non una valutazione da parte di Dio. "A voi sembra che Dio abbia preferito uno all'altro" è il senso in cui va inteso il versetto, o come dicevano gli esegeti più antichi: "Nella vostra immaginazione Dio ha preferito uno all'altro". Questo "a voi sembra" implicito compare spessissimo nel Corano, ed è molto importante perchè dà voce all'orizzonte di aspettativa dei destinatari.
    Non è dunque possibile attribuire al Corano una preferenza assoluta del maschile rispetto al femminile quando leggiamo: "Ei v'ha creato da una persona sola, poi ne trasse il suo coniuge".

    Il contrastato versetto (IV:34) continua: "e perchè essi donano dei loro beni per mantenerle". L'uomo è dunque "preposto alle donne" perchè è colui che si prende cura del sostentamento economico della famiglia. Ma come va intesa questa seconda parte della frase nel caso, oggi non raro, in cui la donna lavori per sostenere il marito disoccupato? Predomina per questo motivo sull'uomo?
    Qui è importante stabilire che cosa significhi "essere preposto".
    Letteralmente l'arabo dice: "Gli uomini stanno diritti (qawwamun) sopra alle donne". Con la frase "stanno diritti sopra" non si allude a un eventuale controllo o dominio. Simile è la posizione di Dio rispetto ai cieli ed alla terra: qayyumu s-samawat wa l-ard. Vuol dire che Dio veglia sulla terra, proteggendola. Qayyum qui significa "guardiano, colui che protegge". Se si analizzano il termine e le sue forme derivate, che gli uomini siano qawwamun sulle donne è da intendersi nel senso di "coloro che proteggono". Nei versetti in cui compaiono questo termine e le sue derivazioni, il tema è dunque la protezione, non il dominio.

    Ma l'interprete tende - il che è normale - a proiettare sul testo le caratteristiche del contesto sociale nel quale vive. Gli esegeti comprendono quindi il versetto alla luce della loro realtà sociale, attribuendogli il seguente significato: gli uomini sono migliori, o più importanti delle donne, etc. Essi interpretano il versetto nel senso della situazione presente, e non in relazione a un cambiamento che vada messo in atto. Gli interpreti pensano che le norme sociali siano già consolidate e che il testo serva alla loro giustificazione. Io invece mi sono convinto che quando si legge un testo non ci si debba sottomettere alle norme, soprattutto quando esse sono ingiuste.
    La maggior parte degli interpreti sono per loro natura conservatori; non considerano la realtà come necessariamente mutabile. Per loro il cambiamento è tutt'al più un movimento all'indietro, un rivolgersi a ciò che c'era prima, e interpretano il Corano di conseguenza, mentre ogni interpretazione deve tentare di comprendere il testo nel suo contesto originario. E questo non è facile. Se leggo il Corano, porto in me l'eredità di tutta la storia della sua interpretazione, che va dal Compagno del Profeta, Ibn 'Abbas, al telepredicatore shaykh Sha'rawi.
    E' necessario un certo lavoro scientifico per liberare il Corano dalle stratificazioni che si sono accumulate nella sua interpretazione; molti però temono questo lavoro. Preferiscono prendere una citazione qui e una frase là, esprimendo per mezzo del Corano ciò che avevano già in mente di dire.
    ("Una vita con l'Islam", ed. Il Mulino; pp. 95-101)